In momenti diversi degli anni Trenta, militari americani e australiani si addentrarono in zone remote dell’isola della Nuova Guinea, ed ebbero contatti con le comunità primitive da sempre completamente isolate dal resto del mondo. I rifornimenti per queste truppe venivano paracadutati nella giungla da aerei da carico – nel gergo militare, “cargo”. Grazie a questi rifornimenti, i militari poterono donare agli indigeni gomma da masticare, Coca-Cola ed altri prodotti della società moderna. Questa loro generosità lasciò un segno indelebile in quella gente, ormai convinta che “i grandi uccelli” sarebbero continuati ad arrivare con i loro carichi, o “cargo”, di prodotti industriali. Quando i soldati se ne andarono, gli indigeni tentarono di indurli a ritornare costruendo rozze piste di atterraggio. E per quanto possa sembrare sorprendente, costruirono con i bambù anche imitazioni di ricetrasmittenti radiofoniche e rozzi modelli in legno di aerei.
Quegli indigeni cominciarono a raccontare leggende di dèi venuti dal cielo recando doni e che poi se n’erano andati. Si svilupparono credenze simili a quelle religiose, e quegli dèi finirono con l’essere riunificati in un’unica divinità chiamata “John Frum”. E’ una storia vera! Pare che il nome di questa divinità provenisse dai nomi dei militari arrivati sull’isola, che si presentavano come “John from [da] Boston, Chicago, ecc”. Sebbene in anni più recenti quegli indigeni abbiano ancora avuto contatti con le culture occidentali, molti di loro continuano a credere nel loro dio “John Frum”. Ma un numero ancor maggiore ha sicuramente capito il nesso tra il culto del simulacro di aeroplano e gli aerei veri del mondo moderno, e ha così potuto rendersi conto che il suo dio e i suoi dèi erano in verità soltanto uomini.
Quale lezione è possibile dunque imparare dalla singolare ma verissima storia dei Cargo Cult? Forse che gli idoli, i miti e le leggende possono essere le tracce di fenomeni molto reali e che uomini in carne ed ossa possono venire scambiati per dèi da altri uomini meno evoluti. Del resto, il termine usato dagli Ebrei per la loro divinità unificata, Elohim, proviene dalla parola accadica Ilu che significa “coloro che sono nobili, elevati”. La barriera terminologica ha offuscato ciò che gli antichi hanno forse tentato di dire, di dirci, qualsiasi cosa fosse.
D’altronde, se dovessimo inviare qualche astronauta tra gli abitanti culturalmente più arretrati di un altro pianeta, possiamo dubitare che finirebbero con l’essere venerati come “dèi”?













